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Amministrazione finanziaria dello stato, sperequazione della pena e doppio regime


Dati i miei recenti e meno recenti incontri con lo stato italiano mi sono sempre chiesto il criterio che guida la pubblica amministrazion a comminare multe, oboli e balzelli.

La desolante impressione che mi sono fatto è che anche a fronte di evidenti errori fatti in buona fede non esiste da parte della struttura amministrativa pubblica (sia la tesoreria dello stato, o la agenzia delle entrate, o il semplice comando di polizia locale, o chi ne ha piu ne metta) non esista la volontà, se non formale, di prendere in esame il reale contesto in cui la occorrenza accade.

Probabilmente sono io particolarmente sfortunato che non ho mai trovato dirigenti del servizio PA illuminati o quantomeno empatici, ma in ogni caso la impressione è che la applicazione pedissequa di norme sia il sistema largamente in uso.

E vero che occorre evitare arbitrarietà nelle scelte, ma è anche vero che la PA dimostra flessibilità e metri diversi a seconda del censo del cittadino con cui deve confrontarsi. La legge è uguale per tutti non lo diventa piu se gli strumenti di confronto verso lo stato sono tali per cui chi può permettersi tutele legali, conoscenza e disponibilità finanziaria ha trattamenti migliori di chi non ha accesso alle stesse risorse.

Ci si trova cosi nel paradosso che più il cittadino necessita di protezione meno lo stato è incline a venirgli incontro. Ed in tutto ciò la PA si dimostra colpevolmente accondiscendente, anzi fa di questi comportamenti bandiera ed esempio.

Un aspetto particolarmente irritante è ovviamente la sperequazione tra la violazione e la pena comminata. Non facendo una analisi contestuale (in maniera basica: dolo o errore) delle motivazioni dietro la violazione, o rimandando le giustificazioni al violante (col ribaltamento dell’onere della prova) di fatto si viola quel patto di fiducia basato sul mutuo rispetto tra stato e cittadino.

Se non posso fidarmi dello stato nelle sue emanazioni di fatto mino una delle basi della demcrazia.

La mano feroce che la agenzia delle entrate usa contro errori di compilazione dei moduli delle tasse o errori nei pagamenti è un esempio noto. Ho visto personalmente dire in faccia ad un disoccupato padre di famiglia senza altri redditi che la cartella andava pagata e che il dirigente non poteva far nulla al riguardo. Non discuto che non vi sia stata violazione ma decontestuallizando e depersonalizzando la gestione invece che servire lo stato si danneggia chi lo stato dovrebbe proteggere.

Mettetela come volete ma costringere un disccupato a pagare tasse arretrate è immorale ma è anche un non senso dal punto di vista economico, visto che si pone in atto un meccanismo per cui il soggetto in crisi economica si troverà ancora di piu in crisi inficiando di fatto anche la sua possibilità di restituire il dovuto.

Oltre pero alla restituzione delle cifre vi è il probelma dell’obolo da pagare come punizione. Quale sia il senso di questo obolo a volte è di difficile comprensione.

Multe e sanzioni pecuniarie servirebbero in teoria a due cose: punire il colpevole e funzionare da deterrente. Ma la sperequazione tra danno e punizione talvolta rende il risultato diverso dal voluto.

Se mi multi al punto di uccidermi economicamente non solo non ottieni il dovuto (per evidenti carenze economiche) ma mi forzi, quantomento, a cercare vie alternative. Da chi va dallo strozzino a chi fatti due conti considera che la totale elusione è meno costosa e meno rischiosa il passo è breve. Insomma se la pena è eccessiva di fronte al dolo il risultato e spingere i soggetti ai margini della legalità per necessità di sopravvivenza.

Ma ovviamente questi fini ragionamenti deduttivi esulano sia dal corpus cognitivo del dirigente di turno (che non si capisce perchè sia dirigente se di fatto non ha discrezionalità operativa quando si tratta di noi classe media ed inferiore) che dal legislatore troppo preso dai massimi sistemi per vedere la concretezza.

Secondo quello che ho imparato dalla ultima vicenda che mi ha fatto confrontare con l’insipida stolidità della macchina statale (vedi https://www.thepuchiherald.com/2018/03/30/grazie-mille-ragioneria-territoriale-dello-stato-di-torino-come-per-un-dimenticanza-si-puo-arrivare-a-pagare-una-smart-il-doppio/) mi conveniva prendere la macchina da un privato, pagarla in nero in contanti che avrei avuto meno rischi. Meglio se il venditore era mafioso conclamato e riciclatore di denaro?

La cosa piu preoccupante è che questo attegiamento non è legato al “governo” o ad una certa classe politica, ma alla macchina statale nelle sue varie manifestazioni, oramai profondamente staccata dal senso e dall’etica costituzionale che dovrebbe avere e legata a norme e regolamenti (spesso interni) autoreferenzianti.

E, sia chiaro, dire “io eseguivo gli ordini” non valeva per i nazisti perchè dovrebbe valere qui?

tristezza